Sono stato a Beijing dalla metà di settembre alla metà di ottobre del 2006. Ho compiuto i miei 40 anni davanti ad un improbabile commento di una coppia di telecronisti cinesi che si esaltavano per Milan Sampdoria. Era una giornata molto scura, una delle poche per fortuna, che siano capitate nel mio soggiorno e forse anche una delle più malinconiche, ma questa è un’altra storia.
Sono arrivato dopo essermi riempito la testa di notizie e articoli che raccontano lo sviluppo incontrollato di questo enorme paese; lo skyline delle sue metropoli cambia da un mese all’altro.
Beijing mi accoglie avvolgendomi nella sua aria umida che copre tutto al punto da farti credere che potrebbe piovere. Invece è solo l’inizio di in una serie di giorni uguali, immobili e stagnanti, caldi come non speravo di riviverne, dopo aver lasciato una fine estate violentata da piogge torrenziali.
Ho scelto di portare immagini sui giovanissimi sportivi, i futuri campioni, gli ambasciatori della nuova Cina, quelli che, immagino, frequentino scuole severe e rigide come lo sguardo dei loro insegnanti.
Il compito si presenta complicato. Qui risiede il potere centrale e ogni uomo responsabile di qualcosa sente il fiato sul collo di qualcuno che sta sopra di lui.
Avere i permessi si presenta come una certosina opera di diplomazia, con tempi e modi stabiliti con precisione, sempre che poi non sbuchi quel qualcuno che decide un cambiamento di programma. Così mentre sono steso a terra a fotografare i calci di rigore alla Beijing Guo an football club arriva la richiesta, o meglio l’ordine, di sgombero. Mica è tanto facile andarsene da lì con tre ore di anticipo sull’orario stabilito; siamo in una sorta di caserma con laghetti e ninfee e dragoni dallo sguardo inviperito, persa in una campagna tipo bassa ferrarese, a 80 km dalla città. Rimediamo una sorta di taxi abusivo e ripercorriamo a ritroso le strade cosparse di granturco al sole. Sorpassiamo filate di ragazzini in bicicletta che vanno verso qualcosa anche se noi non vediamo quasi nulla di civile.
Nella scuola sportiva al centro di Beijing la musica non è molto diversa: la gentilezza degli insegnanti e della nostra guida si accompagna alla perfezione con l’osservanza delle regoline stabilite: un quarto d’ora per ogni sport praticato nella scuola. I ragazzini di otto nove anni volteggiano sulle parallele, e fanno salti doppi e tripli sui tappettoni bianchi. Alcuni di loro hanno una muscolatura incredibile e un viso stilizzato come un cartone animato. Le bambine hanno doti di equilibrio che vincono le più elementari leggi della fisica.
Fosse per me passerei molte ore di molti giorni a scattare foto in un posto così, invece mi concedono due mezze giornate. Mi rimane tanto tempo a disposizione per conoscere la città e chi vi abita e penso di aggiungere un capitolo alla mia serie dei “giovani”.
Beijing, lo dicono tutti, è semplice da percorrere. Mi muovo fra i quattro punti cardinali, guidato dalla posizione del sole. Tutto è parallelo e perpendicolare, niente di più facile.
Attraverso la città servendomi di ogni mezzo. Perlopiù uso la bici elettrica; mi permette lunghissime carrellate, come una sorta di piano sequenza silenzioso e infinito fra i vari quartieri, passando in poche centinaia di metri dai riverberi dei grattacieli specchiati, ai viottoli dove la gente vive come accampata, i bambini giocano fra mucchi di spazzatura e sotto la tettoia del bar, i giovani si sfidano a biliardo.
Passo l’intera giornata fuori casa e non mi stanco di guardare la gente. Questa è la cosa che più mi impressiona della città: vedere gente ovunque.
Non esiste nessuna differenza fra giorni lavorativi e festivi, fra mattina, ora di pranzo e sera. Una brulicante moltitudine di teste nere da vita al grigio che mi circonda.
Gli hutong mi ricordano i campeggi estivi che vedo lungo l’adriatico: tante case basse collegate da fili di panni stesi e di famiglie che vivono la strada. Fanno lavori per strada, ci giocano a carte, ci mangiano, parlano e ridono. Respiro un aria polverosa e placida, davvero serena. Non percepisco traccia della violenza che ha scritto la storia recente di questo paese.
Rincorro, blocco e convinco al ritratto ragazzi di ogni tipo; gli studenti dell’accademia d’arte drammatica dietro la nostra casa, i neopunk al festival rock, gli studenti in tuta da ginnastica che escono dalla scuola, i parrucchieri che girano con sottobraccio le teste pettinate dei manichini. Il mio inglese stentato li fa ridere ma serve a stabilire un contatto positivo.
Quando il sole tramonta e l’orientamento dipende solo dalla cartina, cominciano i problemi, ma ricevo aiuto da tutti e passa la paura.
Di notte mentre torno a casa, digerendo l’ennesimo impasto di sapori confusi con una pedalata (la batteria del bolide elettrico è esaurita), vedo un camion scaricare una manciata di operai col caschetto giallo, pronti a cominciare il turno di notte, in un cantiere aperto 24 ore su 24, domenica compresa.
Li immagino capaci di tirare su un grattacielo in una nottata.
Appena sotto casa, esattamente al centro della città, una delle città più grandi al mondo, sento le risate dei condomini che passano l’intera giornata, seduti fra un centinaio di biciclette a giocare alle carte. Saluto e sorrido, ricambiato cordialmente. Salgo verso il quarto piano, attento a non impolverarmi strisciando sulle montagne di cianfrusaglie accatastate per le scale, con le lampadine magiche che si accendono al rumore dei passi.
Entro a casa, mi metto nel letto, penso alla giornata passata, alle fotografie scattate. Non ho capito molto di quello che ho vissuto, ma non vedo l’ora di ricominciare il giorno dopo.